La giovane Albania di Soros e Obama

Con le ultime elezioni politiche in Albania e la vittoria di Edi Rama nulla potrebbe cambiare nella politica albanese. La politica albanese è condizionata dalla politica americana e che in poche parole per gli Usa è indifferente il colore politico al comando.


Riportiamo qui un articolo di alcuni anni fa

IL REPORTAGE / DA «IO DONNA» 24 giugno 2009
Tirana, i ragazzi di via Elbasan
Il più vecchio ha 32 anni. Il leader, 29. Il loro partito potrebbe dare una spallata al potere in Albania

Genci Kojadheli ha deciso di entrare in politica un paio d’anni fa. «Ricordo il giorno preciso come fosse ieri» dice, mentre beve il suo espresso. A una riunione dell’Osce, organizzazione per cui al tempo lavorava, arrivò un ministro del suo paese, l’Albania. «Aveva un cellulare da mille euro. Ma non lo sapeva usare. “Perché un tizio che non è capace di mandare un sms è a capo di un ministero da 400 milioni di euro?” mi sono detto. Se hai una Maserati almeno impara a tirarla fuori dal garage».


Genci ha 32 anni ed è vecchissimo. In G99, il partito per cui si candida alle elezioni del 28 giugno, nel distretto di Valona, praticamente tutti sono più giovani di lui. E con gli sms sono imbattibili. La loro è una campagna elettorale fatta dal passaparola più che dagli adviser. Il presidente di G99, Erion Veliaj, ha 29 anni che è l’età media della popolazione albanese, la più giovane d’Europa.L’avversario da battere, Sali Berisha, al potere ininterrottamente dal 1992, di anni ne ha 65. È passato attraverso scandali, crisi e un tentato colpo di Stato, ma se l’Unione per il cambiamento, la coalizione guidata da Edi Rama, il sindaco della capitale, di cui i ragazzi di G99 fanno parte, tra un paio di giorni lo manderà a casa, sarà di stretta misura. I bookmaker di Tirana da mesi scommettono invariabilmente sul testa a testa.

L’Albania è giovane, ma il nuovo fatica ad avanzare. In via Elbasan, nel loft di G99 oggi sono rimasti in pochi a tenere il forte. «I candidati sono a fare campagna elettorale» spiega Erinda Shah, testa di serie nella circoscrizione di Fier, nel sud del paese. Al piano di sotto un piccolo esercito di volontari non smette di consegnare alla rete appuntamenti e appelli. Ci sono le tende che in pochi minuti vengono montate (e spesso altrettanto velocemente smontate dalla polizia) per raccogliere adesioni. Ci sono gli appuntamenti di “rock dhe politik”,un concerto ogni sera fino al giorno delle consultazioni: un camion che in mezz’ora diventa palcoscenico, un manipolo di supporter locali e, tra le ola dei ragazzi sulle note di Alban Skënderaj, star del rock melodico di Tirana, Erion Veliaj, bello quasi come George Clooney, incassa la sua parte di applausi e strilli.

«Il carisma del leader è importante»: Edi Rama, l’uomo che definì se stesso «una popstar tra i sindaci e un sindaco tra le popstar», lo sa bene. «Ma Erion non potrebbe fare tutto da solo» spiega, in perfetto italiano, dalla scrivania stracolma di libri e colori nell’ufficio più kitsch che mai municipio abbia visto. «In Europa la politica ha stancato giovani e vecchi. In Albania questo piccolo partito nato da una costola di Mjaft! (Basta!, creativo movimento studentesco tuttora operante, ndr) è riuscito a coagulare migliaia di volontari intorno a un’idea tutto sommato fuori moda: un paese più giusto dove vivere, opportunità, futuro».

Nina Cheruti ha 26 anni e ci crede. In piedi dalle 6, coordina i volontari e organizza serate nei locali in cui il buono per il drink è un facsimile del documento di identità di cui ancora 400mila albanesi sono privi e senza il quale non si può votare. «Ho una laurea. Assistente sociale. Ho studiato quattro anni per scoprire che un lavoro come il mio in Albania non esiste» spiega. «Andarsene? Io resto qui. Cambierà». Elona Hoxha ha 23 anni e un delizioso accento emiliano. «Studio a Reggio, scienza delle comunicazioni con indirizzo politico». Per la candidatura aspetta la prossima tornata, l’età minima è 25 anni. Oggi accompagna Arbi Mazniku, candidato numero due del distretto di Tirana, a incontrare i ragazzi di Vora, 20mila abitanti: quasi tutti diciottenni al primo voto. I neofiti - un trionfo di gel e T-shirt taroccate - fumano di nascosto, mandano sms, si sbaciucchiano. «Cosa volete fare da grandi? Raccogliere arance in Grecia o lavorare come ingegneri nel vostro paese?» chiede Arbi, alle spalle una famiglia che «mi ha sfinito per convincermi a leggere e studiare. Oggi solo il due per cento degli albanesi ha un’educazione davvero buona. Dodici è la media europea». Alla domanda: «Che cosa manca?» i ragazzi di Vora rispondono, timidi, che manca tutto: «Qui ci sono solo il bar e il campetto. E le ragazze - non che la politica possa farci niente - non le puoi frequentare a meno che tu non faccia sul serio. Ma se non le frequenti come puoi decidere di fare sul serio?». Qualcuno propone di creare un cinema all’aperto, dvd e sedie portate da casa. «Il caffè e il muretto non 46bastano più».

Olsi Abazi, candidato nel distretto di Tirana, giovane manager di due radio libere, ClubFm e Love Radio, «più o meno come 105 da voi», fa la domanda di rito: «Quanti di voi s’interessano di politica?». Si leva una mano sola. La riformula: «Quanti di voi sono interessati al proprio destino?». All’appello rispondono tutti. Non ricordano, non possono, i diciottenni albanesi fanatici di Armani e Dolce & Gabbana, gli anni in cui la tv di Stato trasmetteva dalle 6 alle 10 di sera e solo programmi tristi, né il crollo, quando la missione Pellicano mandava dall’Italia di che sfamare un paese di contadini che non sapevano più coltivare la terra. Aspettavano che fosse la radio a dare “il segnale della semina”. «Sono troppo giovani per avere le cicatrici della dittatura» spiega Veliaj, alle spalle «una tipica storia albanese»: orfano, scappato dal paese a 10 anni con uno zio, poi le borse di studio, il lavoro con la cooperazione internazionale dal Salvador al Perù, dal Burundi al Ruanda, e infine il ritorno a casa. «Ma questi ragazzi sono cresciuti nel grigiore - dai vestiti al pensiero - del post-Hoxha. All’inizio del 2000 ci siamo inventati Mjaft! per dimostrare che si poteva ridere della politica, dei dinosauri. Si varava una legge per dare privilegi alle mogli dei deputati? Noi mandavamo 10 ragazze vestite da Cenerentola ad assediare il Parlamento. Ma non basta più. Se prima parcheggiavamo gli asini davanti al ministero dell’Istruzione, oggi puntiamo a raddoppiare il budget di quel dicastero. Ed è molto più difficile».


Finanziato in parte, e apertamente, dalla fondazione Soros (il miliardario e filantropo americano che tanto ha influenzato i movimenti dissidenti “d’Oltrecortina”, da Solidarnosc alla Rivoluzione delle Rose in Georgia), Miaft! continua a iniettare «humour nero nel sistema». E dietro l’exploit di G99, a Tirana si sussurra che ci sia l’attiva collaborazione dell’ambasciata americana. «Il governo non ci lasciava fare comizi nelle scuole pubbliche» spiega Genci Kojdheli. «Allora abbiamo tradotto in albanese il libro del presidente americano, L’audacia della speranza, e - con l’aiuto dell’ambasciata - l’abbiamo portato nelle scuole, aggirando il divieto.La nostra campagna, del resto, assomiglia in piccolo a quella di Obama: blog, Facebook, portare al voto chi di votare non ha voglia, i delusi, gli scettici, anche i cinici. Ma se dietro G99 davvero ci fossero gli americani, io non dovrei usare il mio cellulare, il mio computer e, soprattutto, la mia vecchia macchina per fare Tirana-Valona tre volte a settimana ». Come si dice “Yes, we can” in albanese?


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