Albania, la forza del pregiudizio

Alessandro Leogrande
Vi racconto una piccola avventura pre-natalizia, che però è specchio della Puglia e dell’Italia odierne. Sabato scorso mi sono imbarcato su un traghetto Red Star Valona-Brindisi. Il traghetto sarebbe dovuto partire alle 12,30 dall’unico molo della città albanese e arrivare a Brindisi alle 17,30. Ma il mare era molto agitato, e per molte ore il comandante non è riuscito ad attraccare.
Così le operazioni di imbarco sono iniziate solo intorno alle 15,00. Siamo partiti alle 18,00, ed è stata una traversata a dir poco epica, con il mare a forza sei, in piena burrasca.
Io e la mia compagna, Ornella, eravamo gli unici italiani a bordo. Per il resto, il traghetto era pieno di famiglie albanesi in viaggio, per le vacanze natalizie, verso i propri famigliari che vivono e lavorano in Italia. A vent’anni dai primi sbarchi, dal 15 dicembre scorso gli albanesi non hanno più bisogno del visto per entrare in Italia (e in generale nell’Ue). Basta il passaporto biometrico. Ciò segna una piccola rivoluzione nelle relazioni tra i due paesi, e ha il potere di uno spartiacque storico che prelude a una sempre maggiore integrazione dell’Albania in Europa. Tuttavia nella vita delle singole persone e delle famiglie che vivono sulle rimesse degli immigrati (cioè la stragrande maggioranza) ciò ha significato un altro cambiamento. A Natale (cioè ora) e in agosto, in futuro, non ci sarà più un unico flusso di ritorno per le ferie da Bari e Brindisi verso l’Albania. I viaggi saranno pieni nei due sensi di marcia. Tanta gente andrà in Albania, passando per i porti pugliesi, per tornare dalle proprie famiglie. Altrettante famiglie (laddove possano permetterselo) verranno in Italia, passando per i porti pugliesi, per toccare con mano la “nuova vita” dei propri parenti.
Questo Natale è il banco di prova. Io e Ornella abbiamo fatto tutto il viaggio con una famiglia di Lushnje (Albania centrale): madre, padre, zia, e tre ragazzi, che intendevano raggiungere il figlio maggiore che vive a Latina con la moglie e fa il muratore. Viaggiavano insieme ad altre famiglie simili alla loro su una corriera Lushnje-Fier-Valona-Brindisi-Latina-Roma-Firenze (con viaggio in mare incluso). Erano partiti alle 7,00 del mattino e sarebbero arrivati a destinazione solo nel corso della giornata successiva.
Non erano mai stati in Italia, e solo uno dei ragazzi parlava correntemente in italiano. Insomma, quella che si sta mettendo in viaggio in questi giorni (munita di passaporto biometrico) è l’Albania rurale, quella delle città e dei villaggi dell’interno, l’Albania degli anziani che vengono a trovare i propri figli, ancora carichi di arance, mandarini, formaggi, come gli immigrati meridionali di un tempo. (Ogni volta che ho preso un traghetto da o per l’Albania mi sono tornate in mente le pagine di “Conversazioni in Sicilia” di Vittorini che raccontano il ritorno in traghetto verso l’isola, gli immigrati a bordo, e un vecchio che sbuccia lentamente un’arancia…) Per farla breve, siamo arrivati a Brindisi a mezzanotte, dopo interminabili ore di saliscendi, con onde alte oltre tre metri che hanno costretto quasi tutti a rimettere in bianche buste di plastica distribuite dall’equipaggio.
Nonostante il maltempo e il ritardo nella partenza, le operazioni di check-in al porto di Valona erano state molto rapide. Insieme al nostro, partiva per Brindisi anche un altro traghetto della Agoudimos, ma tutte le operazioni di controllo passaporto, per oltre 500 persone, erano state sbrigate in 15-20 minuti. Al porto di Valona ci sono quattro sportelli (uno per i cittadini stranieri, tre per i cittadini albanesi) e le file sono indicate da nastri avvolgibili disposti parallelamente. Tutto si svolge ordinatamente.
Al porto di Brindisi, invece, questa massa umana scesa dai traghetti, e spossata dal mare in burrasca, si è trovata davanti il niente. Non un indicazione, non un messaggio. Solo una porticina con su scritto “Dogana”, e delle transenne disposte in modo pericoloso, disordinatamente. Per mezz’ora non si è fatto vivo nessuno. Poi sono spuntati due poliziotti, e le operazioni di controllo sono iniziate con una lentezza insopportabile, e indecente per qualsiasi porto o aeroporto del primo e del secondo mondo.
Io e Ornella siamo riusciti a uscire dal porto solo alle 2,30 del mattino, ma in quelle ore abbiamo potuto assistere a uno spettacolo indecoroso. Non essendo indicate delle file da rispettare, uomini donne vecchi e bambini (molti in fasce) sono rimasti accalcati al freddo sul molo, davanti a quel pertugio. Per tutta risposta, un ispettore di polizia urlava contro quella massa inerme e fin troppo rispettosa del disordine, per gli standard nostrani: “Che cazzo spingete! Bestie eravate, e bestie siete rimasti…”
Sono rimasto allibito: una palese inefficienza di un porto italiano è stata tramutata in una questione di ordine pubblico, e tranquilli passeggeri che viaggiavano (con biglietto e passaporto) immediatamente trasformatati in irregolari o “selvaggi” appena sbarcati da un gommone del passato. Quando mi sono presentato come giornalista italiano, mi è stato risposto che d’estate è pure peggio, che col caldo qualcuno sviene, e nessuno finora si è impegnato perché le cose mutassero davvero. “Lo scriva, così forse cambia qualcosa…” E speriamo davvero che qualcosa cambi. Ma in attesa che lo scalo di Brindisi raggiunga standard non dico europei, ma almeno valonesi, gli insulti razzisti lasciamoli da un'altra parte.




Corriere del Mezzogiorno

foto illustrativa

1 commento

  1. Ti ringrazio di cuore per questo articolo. Non riesco ad aggiungere altro, solo ancora GRAZIE!

    ALBANA

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