La Leadership Albanese nell’Unità d'Italia (1860-1871)


Estratto dal libro ‘Gli Albanesi’ (eng.“The Albanians: An Ethnic History from Prehistoric Times to the Present” - 1994) di Edwin Jacques

(Tradotto dall’inglese in italiano da Brunilda Ternova)

Come in Grecia così anche in Italia i discendenti dei profughi Arbëreshë diedero un contributo significativo per l’unificazione della loro terra d'adozione (n.d.t. Italia) nel 1860-1871. Tra i primi centri e tra i più attivi della rivoluzione c’era il villaggio di Hora e Arbëreshëvet vicino a Palermo, di solito abbreviato in Hora, comunemente noto agli italiani come Piana dei Greci, poi Piana degli Albanesi.

Mentre Garibaldi, che era di stirpe albanese, pensava come e dove iniziare la lotta per liberare gli italiani dall’oppressione Borbonica e unirli in un unico Stato, una Çeta Arbëreshë (Guerriglia Arbëresh) di 400 combattenti provenienti da Hora attaccarono le truppe Borboniche nel mese di Aprile 1860. Francesco Crispi, anche lui un Arbëreshë della Sicilia, che si firmava “un albanese di sangue e di cuore” (rif. Fascismo 13 febbraio 1940; Drita 28 novembre 1937, 11), era il più vicino consigliere di Garibaldi e la mente politica della sua spedizione. Fu Crispi che convinse Garibaldi a navigare da Genova verso la Sicilia il 6 maggio con il suoi famosi “Mille” combattenti.
Tra questi, lo storico Xoxi nominò altri sei uomini che come Crispi erano ex-alunni del Collegio Arbëreshë di San Demetrio Corone in Calabria, Italia meridionale (NAlb 1985, 3:23). Uno di questi era Domenico Mauro, nato da genitori albanesi nel 1812, che divenne un celebre poeta e scrittore. Ma quando iniziarono le insurrezioni popolari contro le ingiustizie sociali abbandonò la penna per la spada e combattè valorosamente sotto Garibaldi.
In effetti, un professore di italiano, Rosolino Petrotta, nella sua serie “Gli Albanesi in Italia” (alb. “Shqiptarët në Itali”, rif. Fascismo 13 febbraio 1940), ha elencato 19 patrioti italo-albanesi di Hora che divennero importanti nella rivolta del 1860. Petrotta sottolineò anche che lo stesso Garibaldi non trascurò questo eroismo e che il 2 Ottobre 1860 aveva dichiarato pubblicamente: "Gli albanesi sono eroi che si sono distinti in tutte le lotte contro la tirannide" (ingl. The Albanians are heroes who have distinguished themselves in all the wars against tyranny).
Continuando a coltivare la loro etnia Albanese, questi combattenti Arbëreshë di Hora erano caratterizzati con queste parole dal cronista italiano Aba nella spedizione di Garibaldi: “Sono gente orgogliosa e onesta, sono orgogliosi della loro origine. Nelle loro canzoni mantengono vivo il sentimento di quattro secoli, e ancora sognano che un giorno i loro cari saranno in grado di tornare alla loro lontana Patria ancestrale” (ingl.: “They are proud and honest people, they are proud of their origin. In their songs they keep alive the feeling of four centuries, and still dream that one day their kin will be able to return to their distant ancestral Homeland”, rif. NAlb 1985, 3:23).
Il sostegno dei molti coraggiosi patrioti Arbëreshë aiutò Garibaldi a sottomettere l’isola in fretta, e quando passò al sud d’Italia, i guerrieri Arbëreshë di quella regione lo accolsero con gioia indescrivibile. L’Italia come una nazione unita deve molto ai discendenti di quei profughi albanesi. Si deve ricordare che uno di loro, Francesco Crispi, avrebbe servito due volte come primo ministro d'Italia (1887-1891 e 1893-1896).
Anche due figure illustri della letteratura devono essere tenute in considerazione. Girolamo (o Geronimo) De Rada (1814-1903), uno dei più grandi poeti Albanesi, nato a Macchia vicino a Cosenza nel sud Italia. Altrettanto eccezionale è stato il poeta Giuseppe Skiro (1865-1927), che discendeva da una famiglia albanese della Hora di Palermo e che è considerato il successore diretto di De Rada. A partire da circa 1861 migliaia di questi Arbëresh di Sicilia cercarono una vita nuova nel Nuovo Mondo emigrando in molti a New Orleans. La loro storia è raccontata da Bret Clesi nel suo libro “Gli Arbëreshë e la Contessa Entellina” (ingl. “The Arbëreshë and Contessa Entellina”, rif. Liria 1 March 1984, 4).
È stato riportato che nel 1901 gli Arbëreshë del Sud Italia avevano 80 comuni, 27 di rito greco (chiese Uniat correlate a Roma), e 53 del rito latino o romano cattolico, con una popolazione totale di 208.410 persone (rif. Barbarich 1905, 331 - 33). I comuni Arbëreshë erano distribuiti come segue nelle province meridionali italiane: Catanzaro 13, Cosenza 29, Campobasso 7, Lecce 10, Foggia 7, Potenza 5, Palermo 5 e Catania 3 (rif. Dituria 1 giugno 1909, 83-85).

Attualmente, Mahir Domi nel suo studio statistico “Gli Insediamenti Albanesi nel Mondo” (ingl. “Albanian Settlements in the World”, rif. Liria 28 Marzo, 1980, 3) stima che circa 136.000 di queste persone Arbëreshë in 55 villaggi ancora parlano albanese, considerando che circa 182.000 Arbëreshë in altri villaggi non lo parlano più. Eqrem Çabej nel “Il mondo delgli Arbëresh” (ingl. “The World of the Arbëreshi”, rif. NAlb 1987, 6:28), ha osservato che coloro che vivono nelle regioni montuose sembrano aver conservato la loro lingua e cultura meglio rispetto a quelli che vivono in aperta campagna. Eppure sembra notevole il fatto che dopo 500 anni in Italia, così tanti Arbëreshë che vivono nelle loro compatte comunità non sono stati del tutto assimilati. Le usanze, i costumi, le poesie, le canzoni e le tradizioni sono state tramandate da madre a figlio per generazioni, utilizzando il loro dialetto Arbëreshë della lingua Albanese. Cinquecento anni dopo la loro partenza dalla Patria la figlia di un Arbëreshë che ora vive negli Stati Uniti, riporta in modo del tutto comprensibile in lingua Albanese una canzone nostalgica che tradizionalmente cantano come hanno lasciato la loro chiesa in Italia. Voltandosi ad Est verso la Patria cantavano: “Patria, luogo di bellezza, / Ho lasciato, per mai più trovarti. / Laggiù ho lasciato mio padre, / Laggiù ho lasciato mia madre, / Laggiù ho lasciato mio fratello. . . / Sono partito per non vederti mai più”(ACB 1985, 18-19).
La loro lingua e le loro tradizioni sono state perpetuate nelle loro giornali e pubblicazioni. Uno di loro, il Prof. Francesco Solano, detiene attualmente la cattedra di lingua e letteratura albanese presso l'Università di Cosenza, di solito scrivendo con lo pseudonimo di Dushko Vetmo. È stato riportato di recente che molti dei municipi portano ancora lo stemma ufficiale della aquila nera a due teste di Skanderbeg (rif. Fascismo 9 febbraio 1940).
Resistendo alla de-nazionalizzazione, un arbëresh ha riferito che “anche sulle bottiglie di vino che produciamo nei nostri villaggi, abbiamo la figura di Skanderbeg sulle etichette” (rif. Liria 16 maggio 1980, 4). Nel 1983 il governo albanese ha riconosciuto questa eredità e ha presentato un busto dell’eroe nazionale per la piazza Skanderbeg di Spezzano Albanese (ibid.). Un altro busto di questo tipo è stato eretto nella comunità Arbëreshë di San Nicola del Alto di Catanzaro (rif. Liria 1 Maggio 1984, 1). In comunità come queste, i molti italo-albanesi preservano il loro amore per l’antica Patria mentre ancora danno il loro specifico contributo al nuovo.

http://brunildaternova.blogspot.com/2010/06/la-leadership-albanese-nellunita.html

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