Roberto e Giorgio , due fratellini italiani imprigionati e discriminati nell'Albania comunista





Il libro “Italianë në Shqipëri - Albanesi in Italia” è un’autobiografia scritta da Roberto Rubolino.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre, la famiglia Naçi ospitò nella loro casa il soldato italiano Giuseppe Rubolino (che come tanti altri soldati italiani, al momento appetibile preda dei vecchi e nuovi nemici, i partigiani albanesi e i nazisti tedeschi, sono stati salvati da tante famiglie albanesi). Un anno dopo si sposò con la giovane Efthimia Naçi, e presto ebbero il piccolo Giorgio. Nel ’49 la famiglia sbarcò in Italia, e a Santeramo in Colle,in provincia di Bari, nacque il fratello, Roberto.

Nel 1956 la mamma decise di tornare in Albania per ritrovare i suoi famigliari. Giorgio aveva 9 anni e Roberto 6. Arrivati al porto di Durazzo, la mamma e i due fratelli furono accompagnati in taxi da due persone a loro estranee. Uno di loro disse alla madre: “Abbiamo l’ordine di avvisarvi che non tornerete mai più in Italia”. Giunsero dunque alla casa della nonna, una vera e propria baracca. Ma la prima difficoltà per i due bambini fu la lingua.
Dopo tre mesi, la situazione economica obbligò la mamma a prendere la difficile decisione di affidare i due a degli orfanotrofi: il più piccolo a Valona, il più grande a Tirana. Il ricordo del primo giorno in orfanotrofio è indelebile nella memoria di Roberto.

I due fratelli soffrirono molto la loro separazione, l’abbandono della casa, il cambiamento della lingua e del modo in cui erano stati cresciuti, senza saperne il perché. Dopo un anno, i due fratelli si ritrovarono nell’orfanotrofio di Tirana. Roberto all’inizio non riconobbe suo fratello. Giorgio per Roberto assunse un ruolo importante: quasi una figura paterna. Ma non durò molto.
Giorgio venne trasferito nell’orfanotrofio di Durazzo, dove viveva la mamma, insieme ai suoi zii. Dopo la scuola elementare, anche Roberto si trasferì all’orfanotrofio di Durazzo, in modo tale da essere finalmente più vicino alla sua famiglia. Dopo le medie, Giorgio proseguì a studiare come geometra a Tirana, e Roberto lo raggiunse solo tre anni dopo, per studiare all’Istituto Tecnologico. Roberto a far il militare e Giorgio nel cantiere più grande dell’Albania, si scontrano col fatto di essere diversi, discriminati solo perché di origine italiana.
Anche se “diversi” e discriminati, grazie all’unico scudo protettivo “di essere cresciuti in orfanotrofio dalla loro prima madre Il Partito del Lavoro “ i due riescono a proseguire gli studi universitari.
Durante questi anni, emergeva sempre la diversità dei due ragazzi: il cognome, che provocava la curiosità dei professori e degli studenti, che volevano sempre sapere qualcosa in più sulla loro origine. Roberto rispondeva, orgoglioso, che era nato in Italia, e che suo padre era italiano. Tuttavia, i famigliari, per non dover spiegare la non presenza del padre, avevano riferito loro che era morto. Giorgio un giorno seppe invece che il padre era vivo ed era in Italia, e lo disse subito al fratello: Roberto da una parte era contento di non essere orfano di padre, ma dall’altra la notizia lo aveva scioccato. Da quel momento iniziò a porsi delle domande: com’era il loro padre? Chi di loro gli assomigliava? Sarebbe arrivato un giorno in cui lo avrebbero rivisto? Così, nel ’66, decise di scrivergli una lettera. Dopo due mesi tornò indietro, con il messaggio che l’indirizzo non era esatto. Diversi anni dopo Roberto conobbe un italiano, di nome Ruggero, amico di suo padre, che era rimasto ancora in Albania. Per la prima volta, Roberto iniziò a disegnare i contorni di suo padre.
Dopo qualche tempo, tutti e due i fratelli si sposarono, creando le loro rispettive famiglie. Per caso Roberto incontrò un prete che era arrivato in Albania come turista, il quale viveva in un paesino vicino a quello originario di suo padre. Roberto scrisse una lettera per il padre, e la affidò al prete. Dopo tre mesi, trovò nella casella postale tre lettere dall’Italia. Avevano risposto una zia, una sorella e un fratello. Roberto ormai aveva dimenticato l’italiano, e andò subito da un conoscente perché le traducesse. Nella prima busta era segnato “Roberto Rubolino”: era il fratello, omonimo. In quella lettera, c’era scritto che il padre era morto. Grazie a quella lettera, Roberto e Giorgio scoprirono la loro famiglia in Italia, perche il padre aveva un’altra donna e altri figli. Roberto aveva emozioni fortissime e contrastanti avevano tre fratelli e una sorella. La loro corrispondenza diventò sempre più fitta.
Il dittatore mori nell’85 ed il regime stava mollando, nell’87 i due fratelli misero piede nel suolo italiano, ma separatamente, con un visto turistico. Solo in seguito Roberto prese il coraggio di scrivere al Presidente dell’Albania per rinunciare alla cittadinanza albanese e avere il diritto di rimpatriare in Italia, allegando all’istanza il certificato di nascita che dimostrava la cittadinanza italiana : lo fece pur prendendo in considerazione tutti i rischi che questa richiesta poteva comportare. La risposta fu positiva.
Finalmente il sogno di una vita si realizzava. Dopo lo raggiunsero anche Giorgio, la moglie, i figli e la madre. Se in Albania erano considerati italiani per quasi 40 anni, in Italia ancora oggi dopo 20 anni di rimpatrio da tanti vengono considerati albanesi. Le difficoltà economiche e gli sbocchi lavorativi dell’Italia del Sud spinsero i due fratelli a emigrare in Piemonte. Attualmente si trovano ad Asti, dove sono sereni e realizzati.
Il libro è scritto in modo semplice, quasi ingenuo, ma tuttavia, anzi proprio per questo, genuino e emozionante. Sarebbe una straordinaria fonte didattica da una parte per aiutare i bambini emigrati di oggi a integrarsi, e dall’altra per chi non ha vissuto l’esperienza dell’emigrazione a comprenderla e a rispettarla. Inoltre, non è trascurabile il valore storico, politico e sociale del racconto, che incontra momenti fondamentali per l’Albania, come per l’Italia: dalla Seconda Guerra mondiale alla dittatura comunista albanese. Ma soprattutto, è esemplare a livello umano il senso di fratellanza, la positività e l’amore con cui questi due fratelli hanno superato e vinto le loro piccole grandi battaglie.

Darova Ornella e Sabina

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